domenica, 17 maggio 2026
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“In rete custodiamo la nostra umanità”: l’intervista a suor Naike Monique Borgo

La religiosa e giornalista parla delle risonanze del messaggio del Papa per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali

Che cosa significa restare umani, custodire voci e volti umani in un mondo, quello mediatico - e dei social in particolare -, dominato da algoritmi e “intelligenze” artificiali, dove rischiamo di diventare “consumatori passivi di pensieri non pensati”, come mette in guardia papa Leone nel suo messaggio per la 60ª Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali che si celebra domenica 17 maggio?

Suor Naike Monique Borgo non ha dubbi: stare nella rete e nel mondo dei social è “un’opportunità per camminare a fianco delle persone con tutto noi stessi, con ciò che siamo, presentandoci in modo univoco e unificato, non certo con una modalità diversa da come ci relazioniamo a tu per tu nella vita quotidiana. È così che custodiamo la nostra umanità e quella degli altri che incontriamo”.

Religiosa delle Orsoline del Sacro Cuore di Maria, suor Naike è vicentina, giornalista, vicedirettrice dell’ufficio diocesano per le Comunicazioni sociali e da tre anni responsabile dell’ufficio Stampa della sua diocesi. Dopo una laurea in Scienze giuridiche, la passione personale e le richieste delle sue responsabili l’hanno portata alla laurea magistrale, a Padova, in Strategie di Comunicazione. “Ero suora da pochi giorni, avevo altre idee per la mia vita, immaginavo di insegnare, ma dopo tre lezioni a Padova, ero entusiasta, volevo già prenotare la tesi, colpita dalla frase di un professore che ci disse che lo strumento di comunicazione più importante che abbiamo a disposizione non sono le tecnologie, ma siamo noi. Da allora, è questo che cerco di fare con il mio lavoro, che vivo come un servizio alla mia Chiesa”.

Nel suo messaggio il Papa ci chiede di custodire voci e volti umani, perché la sfida che l’Intelligenza artificiale pone non è solo tecnologica, è antropologica. Come siamo chiamati a fare nostra questa “custodia” in una comunicazione autentica?

Custodire è un verbo che mi è molto caro e che sento di poter affiancare al “rimanere”. Sono due atteggiamenti relazionali fondamentali: significa avere cura dell’altro, anche dal punto di vista comunicativo. Rimanere, nel significato del brano di Giovanni 15 (rimanere in Lui per portare frutto e diventare suoi discepoli, vivendo il comandamento dell’amore) è altrettanto importante nella comunicazione tra persone, in ogni ambiente, anche quello digitale. Mi permettono di entrare in relazione con le persone nel rispetto dei loro spazi e della loro libertà, in punta di piedi. Nella mia professione, ad esempio, può significare farmi presente con qualcuno che conosco, un giovane, un prete, quando noto qualcosa di diverso rispetto alla “grammatica” comunicativa tradizionale di quella persona, non tanto per farla rientrare “nei ranghi”, ma per aiutarla in un momento particolare, per evitare che imbocchi qualche deriva da cui è difficile uscire.

Come vede la presenza di tanti religiosi, religiose e presbiteri nel mondo digitale? Può essere un luogo di evangelizzazione? Lei stessa è presente nei social, con hashtag come #vitadasuora #vitafelice...

La trovo positiva questa presenza, a patto che non prenda il sopravvento sulle relazioni umane, e che i social integrino un rapporto concreto, “fisico”. Certo, per evangelizzare non è necessario fare su facebook o su instagram un’esposizione del sacro, piuttosto, è importante testimoniare in modo equilibrato la propria fede, con il tono giusto, magari raccontando - preti, consacrati, consacrate, ma anche laici e laiche credenti - come si vivono la propria fede e le proprie scelte di vita, condividendo esperienze. Dall’altra parte, ho capito - e per questo lo consiglio - quanto sia importante non esporre aspetti troppo personali, custodire, appunto, la propria intimità, anche in rete. Inoltre, con contenuti e linguaggio, possiamo davvero essere persone di comunione e costruttrici di pace.

Il Papa parla dei rischi dell’Intelligenza artificiale, ma senza proporre come “soluzione” la fuga. Piuttosto, indica tre pilastri per un’alleanza: responsabilità, educazione, cooperazione.

Mi ritrovo molto in queste indicazioni. A questi pilastri aggiungerei l’amicizia, perché è una rete di salvataggio per confrontarci e per crescere, insieme, nella responsabilità per la cura nostra e degli altri. Per arrivare a questo, però, serve anche una formazione specifica. Non dobbiamo sottovalutare le dinamiche di questo mondo digitale: è vero che è a disposizione di tutti, e questo rappresenta una potenzialità enorme, ma non tutti lo sanno abitare. Dobbiamo fidarci di chi lo frequenta e lo conosce, dobbiamo abitarlo senza lasciarci governare. Io dico che non è obbligatorio stare nei social, o in tutti i social: non fanno per tutti e, se ci si sente soverchiati, è bene lasciarli, serenamente, rispettando la nostra libertà e verità. Come dice papa Leone, infatti, “abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica”. (Alessandra Cecchin)

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