venerdì, 26 giugno 2026
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La Cina sempre più al centro del nuovo ordine mondiale

Intervista alla professoressa Silvia Menegazzi dell’Università Luiss di Roma, esperta di dinamiche nel contesto cino-pacifico

Ogni giorno sempre di più, la Cina propone una rappresentazione alternativa della globalizzazione dinanzi alla crescente irruenza di Donald Trump. L’allargamento dei Brics (con l’ingresso di Paesi come Egitto, Etiopia, Iran e Emirati Arabi Uniti) è il successo diplomatico più tangibile. Pechino, in un tempo in cui Mosca è in difficoltà per il conflitto ucraino, ha trasformato un club economico in una piattaforma politica alternativa al G7, capace di rappresentare oltre il 40% della popolazione mondiale.

In questo scenario, la Cina non si limita più a essere la “fabbrica del mondo”, ma rivendica il ruolo di architetto di un nuovo equilibrio multipolare. Sfruttando il vuoto di leadership lasciato dalle oscillazioni dell’isolazionismo americano e dalla stanchezza diplomatica europea, Pechino si pone oggi come il capofila del “Sud globale”, offrendo una stabilità autoritaria in antitesi al caos percepito delle democrazie occidentali. Per approfondire la questione, abbiamo chiesto il contributo della di Silvia Menegazzi, docente di Relazioni internazionali - Global China all’Università Luiss di Roma, ed esperta di dinamiche nel contesto cino-pacifico.

La Cina sta dimostrando che nel sistema internazionale contemporaneo il potere non si esercita solo attraverso eserciti, basi militari o sanzioni economiche. Concorda?

Certamente... Mentre per gli Stati Uniti il potere va esercitato con la forza e con la sovranità territoriale, la Cina da anni lavora per sviluppare un’idea di sistema di relazioni internazionali che non si basi solamente sugli eserciti, le basi militari e le sanzioni economiche. Questo spiega perché in questi mesi Pechino sia stata al centro della diplomazia bilaterale con più di 20 Paesi: dall’Europa all’Asia, dagli Stati Uniti alla Russia. Il che non significa che la Cina non stia investendo da un punto di vista militare ed economico, ma l’aumento delle spese militari si spiega come parte di un processo in atto di frammentazione delle relazioni. Va da sé che quanto sta accadendo in Medio Oriente, con la chiusura dello stretto di Hormuz, abbia un impatto sull’economia cinese, però la Cina in qualche modo svolge il suo sguardo altrove, continuando a rafforzare le partnership economiche con il Paesi del Sud globale, piuttosto che essere impantanata in un conflitto come quello con l’Iran.

È per questo che, dopo i dazi americani nel 2025 e la “guerra commerciale” a Pechino, un numero crescente di Paesi sta cercando di ristabilire i rapporti con la Cina?

Per gli Stati Uniti, sostenere una “guerra commerciale” a oltranza con la Cina è uno scenario irrealistico. Esistono infatti intere categorie di prodotti importati di cui Washington non possiede nemmeno le materie prime necessarie, per avviare una produzione autonoma. Sebbene la retorica degli slogan politici e la tutela dei settori industriali più colpiti dal basso costo della manodopera cinese spingano verso il protezionismo, un ritorno massiccio alla produzione interna può essere, al massimo, un punto di partenza. Sul lungo periodo, un isolamento radicale o un disaccoppiamento strutturale (decoupling) dall’asse economico di Pechino rimangono obiettivi insostenibili per il mercato americano, così come pensare che le due principali potenze economiche mondiali che stanno da decenni rafforzando la loro interdipendenza economica ad un certo punto possano diventare dei rivali sistemici, da un punto di vista economico. In realtà, stanno accadendo dei contraccolpi per bilanciare le relazioni economiche. In questa prospettiva anche l’Europa non poteva pensare, anche se adesso sta cambiando rotta, di non trovare delle misure per limitare la presenza cinese a livello produttivo ma anche nella gestione delle rotte commerciali e dei porti.

In effetti, negli ultimi mesi abbiamo assistito a una vera e propria processione di leader europei alla corte cinese: da Londra a Berlino, passando per Madrid e Dublino. Questa intensa attività diplomatica segna, a suo avviso, l’inizio di un riallineamento strategico tra Europa e Cina dopo le forti tensioni dello scorso anno?

Sì. Possiamo dire che in piccolo è avvenuta la stessa cosa che ha fatto Trump il mese scorso. Da un lato Bruxelles e i vari governi europei cercano di arginare quella che è la crescita economica cinese, dall’altro ci si è resi conto che ciò non può essere fatto in totale autonomia. In questo scenario, l’Europa si muove in ordine sparso. Da una parte troviamo Nazioni come il Regno Unito, che continuano a gestire i rapporti con la Cina in solitaria, spinti da una retorica di grandeur identitaria. Dall’altra si posizionano Paesi dall’approccio più pragmatico e moderato, come la Spagna, la cui linea geopolitica punta esclusivamente alla tutela degli interessi economici interni. Il nodo centrale resta strategico: esistono settori industriali chiave il cui futuro non può prescindere dalla cooperazione con Pechino. Basti pensare alla filiera dei veicoli elettrici, dei pannelli solari e delle batterie: le cosiddette “tre industrie pilastro” (o “nuove tre”), comparti in cui la Cina detiene un quasi-monopolio tecnologico e di materie prime.

Dopo il 28 febbraio, l’accesso a tecnologie pulite e a prezzi accessibili sembra una strada inevitabile per aiutare i Paesi occidentali a ridurre i costi della decarbonizzazione e ad accelerare la transizione energetica?

Sì, l’asse con Pechino rappresenta una strada obbligata per uscire dalla crisi climatica e realizzare la transizione energetica. Per usare un’espressione gergale, in questo negoziato globale la Cina ha il coltello dalla parte del manico. Dall’inizio del secolo, il gigante asiatico ha radicalmente trasformato il proprio modello ambientale, investendo massicciamente nelle fonti rinnovabili fino a trasformarsi da grande inquinatore a principale esportatore globale di tecnologie pulite. Pur continuando a esercitare il ruolo di “fabbrica del mondo”, Pechino ha compiuto una svolta storica, posizionandosi all’avanguardia nella produzione di energia solare e nella green economy. Di conseguenza, immaginare di completare la nostra transizione energetica o di ridisegnare il nostro modello di sviluppo escludendo la Cina è, oggi, uno scenario del tutto irrealistico.

Sui mercati monetari internazionali lo yuan cinese vorrebbe presentarsi come alternativa al dollaro statunitense, non solo per contrastare la dipendenza finanziaria da Washington ma anche per eludere le sanzioni statunitensi imposte attraverso il sistema finanziario dominato dal dollaro?

Diciamo che l’internazionalizzazione del “renminbi”, ovvero di rendere lo yuan cinese una valuta più utilizzabile nelle transazioni finanziarie, è una questione che va avanti dalla fine degli anni ’90. Se agli inizi la questione era solo accennata anche per il minor peso che la Cina aveva a livello economico globale, oggi lo yuan cinese si presenta come una reale alternativa al dollaro americano. Per Pechino si tratta di una questione di lungo periodo, che rientra nell’idea che la Cina ha di permanenza nel contesto internazionale e della riforma della global governance. Su questo fronte, la leadership cinese punta a scardinare l’attuale assetto geopolitico, a favore di un modello multipolare trainato dalle economie emergenti, che oggi sostengono la crescita e la finanza mondiale. Una transizione che favorirebbe inevitabilmente anche l’ascesa dello yuan. Rimane, tuttavia, un limite strutturale rispetto alla divisa statunitense: oggi lo yuan non è ancora liberamente convertibile a causa dei rigidi controlli sui flussi di capitale imposti da Pechino, che impediscono a imprese e istituzioni di scambiarlo o trasferirlo liberamente oltre confine. Nonostante questo ostacolo, la Cina sta accelerando la creazione di proprie architetture finanziarie alternative, come la Asian Infrastructure Investment Bank. Ci vorranno comunque decenni per aumentare il proprio contante circolante. Ma, forse, la Cina non aspira nemmeno a farlo diventare, a breve, un valore a due cifre. Intanto è un numero che cresce! Attualmente il fatto che ci sia una alternativa al dollaro è già di per sé destabilizzante.

Su questo piano il Brics rappresenta un ulteriore organismo che va a rafforzare la posizione di Pechino rispetto agli scambi internazionali?

Certamente. Nonostante la sua natura intrinsecamente eterogenea e le frequenti frizioni interne, il blocco dei Brics rappresenta uno dei contesti multilaterali più efficaci per la proiezione di potenza di Pechino, che all’interno del gruppo esercita una leadership di fatto. Nati inizialmente come un forum di economie emergenti, i Brics si sono progressivamente trasformati in una piattaforma politica ed economica cruciale per la strategia cinese di riforma della global governance. Per Pechino, l’allargamento del blocco a nuovi membri strategici del Sud del mondo - avvenuto negli ultimi anni - risponde a una duplice esigenza: da un lato, permette di ampliare la rete di scambi commerciali e finanziari al di fuori dei canali tradizionali dominati dall’Occidente; dall’altro, offre una sponda diplomatica fondamentale per legittimare la propria visione di un ordine mondiale multipolare.

Per questo, la Cina cerca di presentarsi non come una potenza revisionista aggressiva, ma come un attore stabilizzatore che vuole riscrivere l’ordine mondiale del XXI secolo. Questo approccio alle relazioni bilaterali, a suo avviso, spiegherebbe perché è sempre più influente nel Sud globale, laddove Washington e i paesi europei stanno lasciando terreno?

Esattamente. La strategia di proiezione globale di Pechino non si affida all’uso della forza militare o all’intervento diretto. Per dirla con il gergo della dottrina strategica americana, la Cina non intende rafforzare il proprio potere economico attraverso i “boots on the ground” (ndr, schieramento di truppe sul terreno). Al contrario, preferisce agire tramite i canali della diplomazia economica, degli investimenti infrastrutturali e dei prestiti finanziari allo sviluppo laddove Fondo monatario internazionale e Banca mondiale sono restie alla concessione, o impongono troppi vincoli.

Parallelamente, a tutta questa cooperazione economica, le diplomazie occidentali sembrano aver messo a tacere le storiche tensioni con Pechino su questioni relative alla sicurezza nel Mar Cinese Meridionale e ai diritti umani?

È così. Anche se in alcuni documenti ufficiali delle Nazioni Unite o nelle risoluzioni del Parlamento europeo si riscontri ancora una ferma condanna sul fronte dei diritti umani - ndr, in particolare per quanto riguarda la tutela delle minoranze interne, come gli uiguri nello Xinjiang, o la salvaguardia dello status quo a Taiwan - all’atto pratico sono gli interessi economici a dettare l’agenda delle cancellerie occidentali. Sulla questione di Taipei le posizioni sono opposte: per il governo cinese Taiwan è già parte della Cina, mentre la comunità internazionale continua a difenderne l’autonomia.

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