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Il “Giro d’Italia per la pace” arriva a Treviso il 19 settembre

Il “Giro d’Italia per la pace” è partito il 19 febbraio da Napoli e terminerà il 10 dicembre a Padova. Ne abbiamo parlato con Flavio Lotti, presidente della fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace, che prenderà parte all’appuntamento trevigiano

Inaugurato con la prima tappa a Napoli il 19 febbraio 2026, il Giro d’Italia per la pace giungerà a Treviso sette mesi dopo, il 19 settembre, per concludersi il 10 dicembre, a Padova. In vista di questa tappa n° 97, proprio mentre salgono in modo minaccioso le tensioni internazionali nei principali scenari di guerra, abbiamo raggiunto Flavio Lotti, coneglianese e presidente della fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace, che prenderà parte all’appuntamento trevigiano.

Prima di inoltrarci in una riflessione a tutto campo, ripercorriamo il senso dell’iniziativa. “L’idea - spiega Lotti - è di sviluppare una collaborazione tra città, scuole, quartieri, associazioni e parrocchie per intrecciare nel tessuto dei territori le narrazioni di pace in un tempo in cui risuonano sempre più forti i rumori cupi delle guerre. Come la Marcia Perugia-Assisi è in grado di accogliere tutti, così anche nei territori la pace si fa insieme, ciascuno con il proprio ruolo, con il proprio stile e sensibilità”.

Un movimento per la pace

“Dopo la partecipazione straordinaria alla marcia dell’anno scorso - prosegue il presidente della Fondazione - ci è sembrato naturale rovesciare il percorso: far sì che fosse la Perugia-Assisi ad andare in ciascuno dei luoghi da cui normalmente le persone partono per venire alla marcia. L’idea di fondo è valorizzare i territori, perché la pace comincia nelle nostre città, nei luoghi dove le persone si ritrovano a vivere e tutti i giorni fanno i conti con i problemi, cercano risposte ai propri bisogni e ai propri sogni”.

Continua Lotti: “Dobbiamo investire sulla crescita della consapevolezza riguardo al grande pericolo che stiamo correndo. Purtroppo, nelle tante informazioni che oggi circolano, non c’è abbastanza consapevolezza della gravità e dei rischi che stiamo correndo, dei problemi che non stiamo affrontando, delle responsabilità che ciascuno di noi si deve assumere. La proposta portata dal Giro d’Italia - in ciascuna delle città dove fa tappa - è quella di lavorare sulla pace, cercando di fare di ognuno dei nostri territori un vero e proprio cantiere di pace e, allo stesso tempo, una scuola di pace: luoghi dove si studia e si lavora per la pace. Tutto ciò è diventata una prassi rara”.

Il diritto alla pace

Questo momento storico ci sfida a cercare e ad apprendere un modo nuovo di agire, generando attività che vadano ben oltre quanto fatto finora. È necessario ricollocare l’idea stessa di pace.

In merito a questo punto, Lotti ricorda: “È fondamentale imparare a definire cosa sia davvero la pace: essa si fonda sul riconoscimento della dignità e dei diritti di ogni uomo e di ogni donna, come stabilito nell’Articolo 28 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Non possiamo sentirci in pace, se a qualcuno manca il lavoro, una casa, un salario dignitoso, la possibilità di studiare o l’accesso alle cure mediche. Oltre ai conflitti che oggi fanno strage di vite, c’è una mancanza di impegno per la costruzione di quella pace vera e autentica, che può esserci solo se davvero riconosciamo i diritti di tutti e di tutte”.

Protagonismo diffuso

“Con oltre 80 tappe già alle spalle siamo circa a metà del Giro, e moltissime hanno avuto proprio al centro l’obiettivo di formare una nuova generazione di costruttori e costruttrici di pace, coinvolgendo direttamente i giovani - racconta Lotti -. Girando per l’Italia, ho respirato ambienti molto diversi. Ho visto delle esperienze molto belle, delle persone, anche quando sono poche o da sole, che se lavorano bene possono fare la differenza. È un’Italia che non viene raccontata dai media, ma che esiste ed è preziosa”.

Allargando lo sguardo alle azioni possibili, il nostro testimone fa poi un’analisi stringente del contesto attuale: “Il nostro Paese si trova de facto in guerra, anche se fisicamente non siamo chiamati al fronte, ma stiamo partecipando con le nostre armi e il nostro sostegno economico alla guerra dell’Ucraina contro la Russia. Si tratta di una guerra molto seria e preoccupante, caratterizzata da un’escalation in corso il cui futuro rischia di essere drammatico. Dentro a questa prospettiva non c’è soltanto la corsa al riarmo, ma anche e soprattutto la pressione culturale, politica e mediatica che spinge a sostenere la guerra, che cerca di crearne consenso anche se la nostra Costituzione lo vieta in maniera chiara”.

E poi precisa che “oggi la guerra si fa anche alla pompa della benzina, tagliando le spese per la salute, non offrendo opportunità ai giovani, non cambiando il modello economico, restando inerti di fronte al cambiamento climatico”.

Un invito: riscoprire l’obiezione di coscienza

“Se oggi vogliamo resistere alla guerra dobbiamo riscoprire il valore dell’obiezione di coscienza - conclude Lotti -. Molte persone oggi non si rendono nemmeno conto che hanno la possibilità di dire «no» alla guerra e al riarmo, e anche per questa sfiducia rinunciano ad andare a votare. Tutto quello che sta accadendo intorno a noi deve diventare una spinta a riappropriarci della capacità critica”.

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