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Volontario in Perù: l’esperienza di Leone, 16 anni montebellunese, con fondazione Rava

Per due settimane il montebellunese Leone, insieme ad altri giovani volontari, ha vissuto un’esperienza di dono in una casa famiglia di Cañ ete
04/09/2026

No, non potrà dimenticare il paese dai mille colori, i suoi profumi, gli occhi d’ossidiana accesi da riflessi ambrati. E nemmeno la serenità di quei bambini e ragazzi, pezzi di cielo che hanno conosciuto già i travagli della vita. Leone Hermann di Montebelluna ha 16 anni, studia al Collegio Pio X di Treviso e quest’estate ha trascorso due settimane nel campus solidale di lavoro a Cañete in Perù con la Fondazione Francesca Rava, rappresentante italiana della Nph (Nuestros pequeños hermanos), l’organizzazione umanitaria internazionale fondata da padre Wasson nel 1954.

Dal Montello a una cittadina peruviana. Dal benessere a un Paese che ancora arranca. Dal divano a un alloggio povero migliaia di chilometri più in là.

Tutto comincia durante una vacanza in Colombia con mamma Giovanna Gallo, dell’omonima azienda, e papà Claus. Il giovane entra in contatto con una realtà cruda, difficile da ignorare. Il sussurro degli ultimi lo ferisce, incrina il guscio dei privilegi e trasforma il disagio in desiderio di fare. Ma gli dicono che è rischioso. Leone lascia che il seme germogli. Lo coltiva, supera il colloquio con la Fondazione Rava e aspetta. Fino alle vacanze estive, quando, con il sostegno totale dei genitori, fa la valigia per il viaggio in Perù. La vertigine della lontananza dura pochi minuti. Poi arriva l’entusiasmo di essere utile e spalanca porte che forse non aveva ancora visto. E parte. Con lui un bagaglio gonfio di voglia ostinata di dare. All’aeroporto milanese, incontra i futuri compagni di Campus, scambia qualche parola e comincia a familiarizzare. Ed eccoli finalmente arrivati a Cañete, nella costa centrale del Perù. I nostri giovani non si stupiscono dei locali modesti: in fondo, si aspettavano proprio questo. A sorprenderli, invece, è l’atmosfera, la serenità degli ospiti, il farsi incontro, il gesto spontaneo di stringersi a loro con un sorriso luminoso. No, nemmeno Leone se l’aspettava. E subito capisce di aver ricevuto un dono.

Poi arriva il momento di rimboccarsi le maniche. Un’intera casetta, appena terminata, è là che solletica l’ingegno made in Italy. Si scrosta, si inventa, si disegna. Spuntano colori vivaci e idee ancora più vivaci. E i più piccini? Sempre tra i piedi, a mettere mano a tutto. Nei brevi momenti di pausa gli studenti - operai alzano lo sguardo: la zona giochi è parecchio acciaccata. Non resta che accelerare, far scorrere il sudore, sporcarsi mani, braccia, capelli e lavorare perché una cosa è certa: non se ne andranno senza aver lasciato il segno della loro presenza.

Ci sono anche i bei momenti di gioco, quelli che cancellano la fatica. Il calcio, però, non è proprio lo sport di Leone: lo capiscono e, grazie al cielo, evitano di passargli la palla. A rimetterlo in partita ci pensa un ospite suo coetaneo, che lo coinvolge e gli regala qualche momento di autentico divertimento. Poi arriva il nascondino, nel buio fitto della notte. Una sera il gioco comincia più tardi del solito: chi si nasconde dietro un palo, chi si acquatta qua, chi si rannicchia là. D’improvviso però, laggiù compare una sagoma massiccia nell’oscurità, accompagnata da un cane. Le ginocchia tremano, la saliva si fa amara, il respiro si accorcia. Qualcuno trova il coraggio di pronunciare una parola e l’ombra si ferma. Altre voci si rincorrono. È soltanto il custode, che arriva ogni sera per liberare i cani quando tutto tace. E allora l’ansia esplode in una cascata di risate e parole. Ricordi che abbracciano anche le bellezze del sito archeologico con l’impressionante candelabro di 180 metri di altezza, largo 60 e profondo 7 scolpito nella roccia, scrigno dei pirati, dice la leggenda, sicuramente patrimonio della civiltà Inca.

Due settimane volano, il ritorno si avvicina. Il nostro giovane cova un desiderio, quasi una necessità: adottare a distanza uno dei nuovi amici. I genitori, che hanno già finanziato viaggio e soggiorno, concordano: sarà lui a scegliere il ragazzo e a diventarne padrino. Per quei giovani, lo sa bene, il suo gesto è ossigeno, è una possibilità, è la promessa che qualcuno, da lontano, non li dimenticherà. Con amarezza ha capito che nella casa ci sarebbe posto per molti di quei ragazzi che aspettano là fuori, ma a mancare sono le risorse economiche necessarie. Tutti hanno alle spalle storie di maltrattamenti o di estrema povertà, alcuni convivono con disabilità. Frequentano le scuole pubbliche e, nella comunità, imparano un mestiere grazie alle donazioni e alle adozioni. Un giorno potranno uscire, ma soltanto quando avranno trovato un lavoro: forse nella grande vetreria poco più in là, forse in una bottega artigiana. Perché alcuni mestieri li imparano lì, insieme agli altri. Leone ha potuto toccare con mano. Ora, tra le mura di casa, sente crescere un nuovo desiderio: raccontare ai ragazzi della sua scuola ciò che gli è rimasto dentro. Vorrebbe far capire loro quanto sono fortunati e, soprattutto, quanto contano le piccole cose e la solidarietà. Anche una semplice donazione a distanza, testimoniata da chi ha visto con i propri occhi, può contribuire a restituire ai giovani quella gioia che troppo spesso viene soffocata.

La solidarietà è il segno più profondo che Leone ha lasciato. E quello che, a sua volta, i ragazzi dallo sguardo provato da terribili esperienze hanno tracciato in lui: l’immagine del cammino, nonostante tutto. Perché non è la strada a renderli forti, ma il coraggio di andare avanti, anche quando fermarsi sembra la scelta più facile.

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